Ministro per le Politiche Giovanili e le Attività Sportive
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Foto di Matteo Vettori, 33 anni, Parma

 

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L’Avvenire 10 gen. 2008 -El mundo 13 gen. 2008 - La Consulta spazio neutro di dialogo

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Foto di alcuni membri della ConsultaBasta guardarsi intorno, basta entrare in un supermercato nell’ora di punta, leggere un quotidiano, accendere la TV per constatare come la società attuale sia sempre più complessa. Lo è per l’entità del fenomeno migratorio che interessa in maniera strutturale la nostra epoca, mettendo alla prova l’intera Europa. Lo è per la possibilità di conoscere, in tempo reale, la cultura e la cronaca di ogni angolo del mondo. Lo è, infine, per il fatto che stanno crescendo giovani uomini e donne che, fruendo di una serie di possibilità (Erasmus, inter rail, voli Low cost etc.), per la prima volta fanno in massa l’esperienza di essere cittadini di uno spazio che supera i confini e dalla cultura nazionale. Tutto questo rende, appunto, la nostra società complessa. Ma cosa vuol dire società complessa? E soprattutto cosa chiede una società complessa a chi la governa?
Credo che la complessità della società non derivi soltanto dalla quantità di domande, speranze ed attese che si sommano al suo interno. Una società, piuttosto, è complessa quando la quantità e la qualità delle domande e delle attese che emergono al suo interno è tale da mutare la fisionomia della società stessa e la percezione che la società ha di sé.

Questo fenomeno planetario assume nel vecchio continente una peculiare sfumatura, che si esalta nei paesi con una storia ed una geografia per certi versi simile come la Spagna o l’Italia. Entrambi questi Paesi, infatti, traggono dal Mediterraneo la loro più forte connotazione. Da secoli sono sponde di arrivo e di partenza per migliaia di destini, portano inciso nel proprio Dna il confronto, l’incontro e, talvolta, lo scontro tra culture e religioni. Hanno conosciuto l’amarezza della dittatura e la riscossa della democrazia.

Di fronte a tutto questo la nuova realtà complessa si impone “erodendo” un’impostazione granitica della società stessa, ma le nuove generazioni portano nella loro fisionomia la capacità e la semplicità di essere protagonisti di un mondo plurale. Sono i giovani che con assoluta naturalezza dimostrano quanto il legittimo radicamento nella propria identità diventi presupposto e strumento per un dialogo con le identità altre all’interno di una quotidianità capace di affiancare le culture senza omologarle. E il fattore religioso è spesso la parte più intima di questa riflessione.

Quando, infatti, l’identità si fonda su una convinzione religiosa e sull’appartenenza confessionale e da questa fa derivare il proprio comportamento culturale o le proprie scelte valoriali è impossibile, oltre che profondamente ingiusto, pretenderne il ridimensionamento in nome della relatività contemporanea. A questo punto si apre un bivio. O imboccare la via dello scontro di civiltà teorizzata da Huntington, o comprendere che le persone che si richiamano a differenti esperienze religiose, pur rimanendo radicate nella propria identità sono chiamate a gestire insieme lo spazio neutro di condivisione, partendo dal presupposto comune dei principi democratici espressi nelle Costituzioni.

E’ qui che sorge l’interrogativo rivolto allo Stato. In un momento in cui appare con forza quanto l’identità religiosa e culturale torni ad essere un dato importante della realtà personale e sociale dei consociati, lo Stato può continuare ad ignorarlo? Certamente no. Lo Stato, rimanendo fedele alla propria vocazione laica, non può interferire nel patrimonio dogmatico delle singole confessioni, ma può creare quelle occasioni di confronto e di collaborazione in cui cittadini diversamente credenti e non credenti possono conciliare le proprie rispettive esigenze all’interno del quadro comune dei valori costituzionali.

Cercando di leggere questa necessità dell’era contemporanea, insieme al Ministro dell’interno, circa un anno fa abbiamo dato vita in Italia alla Consulta giovanile per il pluralismo religioso e culturale. E’ uno “spazio neutro”, appunto, di confronto e di conoscenza messo a disposizione del Governo per facilitare percorsi di dialogo talvolta complicati. A comporre la Consulta sono stati chiamati sedici ragazzi e ragazze di undici confessioni diverse, maggiormente diffuse nel nostro Paese (cattolici, protestanti, musulmani, ebrei, buddisti ed altri ancora), con il compito di elaborare e proporre al Governo ma anche alla società, al mondo dei media ed all’opinione pubblica progetti, documenti ed idee che facilitino e incoraggino il processo di integrazione e di ridefinizione di un modello attivo di cittadinanza.
La Consulta non ha valore rappresentativo delle diverse realtà confessionali ed ogni consultore vi siede su nomina del Ministro e non per designazione della propria confessione. Ma è chiaro che tutti questi ragazzi, scelti insieme alle associazioni giovanili confessionali, portando la loro esperienza personale ed il loro radicamento in una comunità confessionale, sono uno straordinario punto di incontro tra lo Stato ed il grande panorama dell’esperienza giovanile presente in Italia. E questi ragazzi stanno dimostrando, anche ai loro genitori, come si possa e debba praticare il confronto ogni giorno.
In questo anno la Consulta ha lavorato con tenacia partecipando all’elaborazione di iniziative di diversi Ministeri, elaborando essa stessa proposte e dichiarazioni poi recepite dai Ministri, partecipando a numerosi incontri presso scuole, università e assemblee associative, portando il proprio punto di vista sui media e nei dibattiti pubblici. Soprattutto, la Consulta ha sperimentato il bello del vivere insieme, nel rispetto delle esigenze di tutti.

Sulla scorta di questa esperienza fruttuosa di pluralismo e di dialogo il prossimo passo dovrebbe essere quello di promuovere consulte similari nelle grandi città italiane, che portino avanti politiche della conoscenza interculturale e dell’integrazione civile in quei luoghi ove più si soffre lo “scontro” tra le differenti realtà etniche, sociali e religiose. Ma le singole consulte cittadine dovrebbero interagire anche con la Consulta nazionale per costruire una rete unitaria.

Il modello della Consulta giovanile verrà presentato a Madrid a metà di gennaio del prossimo anno, quando si terrà il primo Forum dell’Alleanza delle Civiltà, questa importante iniziativa concepita dai Primi Ministri Zapatero ed Erdogan, ed alla quale, con il sostegno convinto del Segretario Generale dell’ONU, si sono oramai associati oltre settanta Paesi, inclusa l’Italia. Il Forum offre, infatti, un’occasione unica per confrontare le buone pratiche di convivenza plurale sviluppate in diversi Paesi.
Porteremo la Consulta come un esempio meritevole di attenzione, ma sono certa che, al tempo stesso, essa si arricchirà dallo scambio di simili esperienze in corso in altri contesti, e proprio grazie all’Alleanza delle Civiltà in un domani non lontano, quella rete che inizia a vedere la luce in Italia potrebbe assumere una dimensione planetaria. Una rete costruita dai nostri giovani, che hanno già oggi, più di quanto essi stessi non lo sappiano, nelle loro mani il potere e la responsabilità di determinare, nel bene e nel male, il profilo ed il cuore delle nostre società di domani.

Giovanna Melandri
Ministro per le Politiche giovanili e le Attività sportive

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