Non esito a definire storico l’accordo sulle pensioni raggiunto con le parti sociali e presentato ieri dal Consiglio dei Ministri perché mette i giovani al centro dell’agenda politica. Dopo mesi di lavoro, infatti, la concertazione si conclude con un risultato che non solo introduce - come ha ricordato Tommaso Padoa Schioppa - una riforma previdenziale che garantisce equità sociale senza alterare l’equilibrio finanziario dei conti pubblici ma, soprattutto, riconosce uguali diritti ed uguale dignità ai giovani lavoratori e alle giovani lavoratrici italiane.
Grazie a Prodi, Padoa Schioppa, Damiano e Letta ma anche alla volontà delle parti sociali di non interrompere mai il filo del dialogo e della proposta è stata raggiunta un’intesa che elimina il carattere rigido e brusco della riforma Maroni, andando nello stesso tempo a riformare un sistema previdenziale che non poteva non fare i conti con i cambiamenti avvenuti nella struttura demografica del nostro Paese.
Una novità di questo accordo emerge con chiarezza: non solo si supera il cosiddetto “scalone” sostituendolo con un meccanismo più graduale e saggio ma si sceglie di costruire un sistema previdenziale che parla a milioni di giovani lavoratori. Giovani che oggi vivono in un mercato del lavoro sempre più complesso che a loro mostra più spesso la faccia dura della precarietà che non i possibili vantaggi della flessibilità.
Questa riforma, infatti, da più certezze ai giovani, attraverso una serie di interventi per i quali il Governo ha già stanziato 600 milioni di euro. In primo luogo penso a due misure, presenti nel Decreto Legge varato insieme al DPEF ed approvato giovedì in prima lettura alla Camera: la possibilità di totalizzare i versamenti contributivi maturati in diversi regimi pensionistici - che ci consente di dire con serenità ai ragazzi italiani che non verrà più perduto un solo euro dei loro contributi - e la possibilità di riscattare gli anni di laurea a costi meno proibitivi in un periodo di tempo maggiore.
Nel complessivo accordo con le parti sociali, da tradurre quanto prima in strumento operativo, si aggiunge poi la contribuzione figurativa per i periodi involontari di non lavoro e la decisione di costruire un sistema di ammortizzatori sociali che sia a misura del lavoro flessibile. Infine, l’ulteriore aumento delle aliquote contributive per i lavoratori precari si inserisce nella prospettiva, già avviata con la scorsa Finanziaria, di rendere il lavoro flessibile sempre meno vantaggioso per le imprese al fine di incentivare la stabilizzazione progressiva dell’occupazione giovanile.
Insomma, siamo in presenza non già di una o più misure circoscritte ma di un complesso ed articolato Piano d’azione, nato nel segno della concertazione e della condivisione con le parti sociali, di un diverso modello di Welfare. Un primo mattone di quel patto generazionale troppo a lungo evocato in questi anni e di cui invece, in questi giorni, si comincia ad intravedere il profilo concreto.
Anche per questo un riconoscimento ed una valorizzazione dell’accordo raggiunto da parte di tutte le forze della maggioranza è un’occasione impedibile per rilanciare con senso di responsabilità l’azione riformatrice del Governo Prodi.
Giovanna Melandri
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