La bellezza femminile è un compito difficile e delicato, perché il corpo delle donne, più o meno attraente che sia, rischia
di diventare una prigione se non si mantiene una radice consapevole nell’interiorità e nell’autostima.
Oggi l’immagine del corpo femminile è ossessivamente esaltata e cucita sul modello stretto e stereotipato dell’estrema magrezza e dell’eterna giovinezza, confezionato artificialmente, veicolato da media e moda, e rispetto al quale è difficile sviluppare una coscienza critica e una risposta personale. I dati sono chiari: il 64% delle adolescenti ha dichiarato in una ricerca della Società di Pediatria di desiderare un corpo più magro per somigliare alle star delle passerelle. Il 34% si mette a dieta, senza consultare un medico, improvvisando calcoli calorici e strategie di dimagrimento. E il bisogno di uniformarsi al clichet sta virando in una vera epidemia sociale: l’anoressia, la bulimia e il loro rovescio, l’obesità psicogena.
Certo, si tratta di malattie psichiatriche complesse, con radici nella fragilità profonda delle persone. Ma c’è anche una componente socio-culturale: l’assedio di immagini di donne magrissime, perfette e tutte uguali, incide sull’immaginario, suggerendo illusorie scorciatoie per costruire la propria identità.
Il corpo diventa il canale per esprimere disagi profondi e richieste di aiuto tipici dell’adolescenza e spesso difficili da comprendere anche dalla famiglia. Vista l’urgenza sociale (3 milioni di italiani soffrono di disturbi alimentari e il 90% sono donne) come ministro delle Politiche giovanili ho deciso di attivarmi, affiancando il lavoro di Livia Turco, ministro della Salute, che ai disturbi alimentari ha dedicato parte del programma Guadagnare salute. E coinvolgendo in un esperimento di intelligenza sociale il mondo della moda.
Da qui è nata l’iniziativa del Manifesto nazionale della moda italiana contro l’anoressia, firmato pochi mesi fa insieme a Camera nazionale della Moda e Alta Roma. Stimolare una responsabilità di impresa invece che intervenire dall’alto con una legge ci è sembrata la strategia più efficace per promuovere una nuova consapevolezza tra gli operatori della bellezza femminile.
Certo, il processo innescato con il Manifesto sarà lento e faticoso, ma è un passo fondamentale. Come scrivo anche nel libro Come un chiodo è urgente restituire alle ragazze un accesso consapevole alla propria progettualità, sgombrandola dall’ossessione del corpo. L’icona della bellezza va svincolata dallo stereotipo e rispedita alla mittente.
Ognuno ha la sua bellezza, unica, irripetibile. Spesso mi chiedono come vivo a livello personale, e non solo politico, l’esagerata attenzione all’aspetto corporeo femminile.
Sarebbe sciocco dipingermi come una marziana, intoccata dalla pressione a uniformarci a uno standard di femminilità e successo.
Nell’adolescenza, ma non solo, ho provato l’esperienza dell’insicurezza del mio corpo, ma oggi posso dire ciò che ho compreso: i dubbi sul proprio corpo sono spesso dubbi sull’amore e va dato più ascolto a questa intuizione piuttosto che ai giudizi sulla propria o altrui bellezza, svalutanti o esaltanti che siano.
Ho capito che la vera cura di sé ha a che fare con l’accettazione della propria unica e speciale presenza individuale, anima e corpo. E credo sia proprio questo ciò che tante madri, che si rifiutano di imboccare la strada dell’infinita giovinezza, sperano di trasmettere alle figlie e alle future generazioni.
Giovanna Melandri
Ministro per le Politiche Giovanili e le Attività Sportive
(Testo raccolto da Elena Oddino)
Foto: Omar Ricci/Istituto Superiore di Fotografia
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