ROMA - “Questa volta il giocattolo si è rotto tragicamente e finché non sarà riparato non può ripartire”. Giovanna Melandri, ministro per lo sport e le politiche giovanili, andrà oggi al vertice che deciderà il futuro del calcio con questa bussola. Delle proposte che avanzerà ne anticipa due. “Non si può accettare che stadi insicuri siano ancora utilizzati: bisogna guardare alle prescrizioni vigenti, rendendole più concrete”.
La ministro “apprezza sostanzialmente” il decreto Pisanu ma ne vede qualche limite. “Uno è quello che non individuava chiaramente le responsabilità economico finanziarie. Gli stadi, tranne l’eccezione positiva dell’Olimpico, per gli oneri di manutenzione fanno riferimento agli enti locali, per la sicurezza al ministero degli interni: il mondo del calcio ha una deresponsabilizzazione semi totale. Questo è un sistema che non funziona, da scardinare, anche se non è possibile dall’oggi al domani. Nell’immediato bisogna garantire la sicurezza o non giocare”.
Porte chiuse fin quando?
“Fin quando questo “tagliando” sulla sicurezza non avrà dato esito positivo: certi stadi penso che non possano essere utilizzati, se non a porte chiuse. Credo che ci vorrà una responsabilità anche economica del mondo del calcio”.
Altri provvedimenti immediati?
“Un intervento sul tifo in trasferta, sul tifo violento, sulle connessioni che esistono fra società e certe frange della tifoseria. Un inasprimento di alcune norme già vigenti, come il “daspo”, divieto di accesso che può essere, perché no?, di tre anni, superiore, o, in alcuni casi persino perpetuo. E poi è possibile una “estensione territoriale”, nel senso che le norme che valgono all’interno dello stadio possano aver valore anche al di fuori, nelle zone “di competenza”".
E’ la “tolleranza zero”. Cosa prova di fronte all’idea di un campionato che riprenda quando sarà e continui a porte chiuse?
“Non posso che essere amareggiata: ma dobbiamo riformare il calcio. Questo era ed è l’obiettivo strategico del mio ministero. A questo stiamo lavorando da tempo noi e il commissario della Federcalcio Luca Pancalli. L’obiettivo è triplice: i diritti tv, la trasformazione delle società sportive professionistiche, un nuovo modello di gestione degli stadi. Il primo già c’è: è stata la prima riforma varata dalla Camera dopo il bilancio. Agli altri stiamo lavorando e queste tragedie avvenute nel mondo del calcio dobbiamo trasformarle nella opportunità di accelerare i processi previsti: un lavoro condiviso con lo sport, le altre istituzioni e gli enti locali. Una privatizzazione degli stadi con certe garanzie è la strada che serve a tutti gli obiettivi: patrimonio delle società e, più ancora, sicurezza. Gli stadi non possono essere cattedrali nel deserto. Debbono essere un luogo per le famiglie, ogni giorno”.
Non c’è solo il calcio di vertice a vivere tragedie.
“Purtroppo è così. Penso che bisognerà lavorare molto per abolire la “cultura del nemico”. A cominciare dai settori giovanili. Pensando che il calcio è la locomotiva dello sport e se deraglia bisogna riportarlo in fretta nei binari. Ma bisogna pensare anche ai vagoni: va detto che non c’è solo il calcio; penso all’educazione motoria, allo sport in tutte le scuole pubbliche. Credo anche, per quanto riguarda la “cultura del nemico”, che bisognerebbe porre maggior attenzione a certa informazione locale. Sarebbe bello, poi, che si facesse come in altri Paesi: allenamenti a porte aperte, che abituino a non considerare il tifoso come unicamente lo spettatore che arriva nell’arena”.
Piero Mei
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