ROMA - “Il nostro obiettivo non era bloccare per sempre il calcio, ma di farlo ripartire in modo molto diverso. Questo abbiamo fatto e su questo abbiamo l’ampio consenso delle persone comuni. Per resistere alle pressioni delle società chiedo a tutta l’informazione di condividere la nostra battaglia per non rassegnarci a trasformare il calcio in corrida”.
Giovanna Melandri vuole guardare avanti. Ma inevitabilmente si trova a dover fronteggiare i tentativi dei presidenti di riaprire gli stadi.
Ministro Melandri, i presidenti dicono: “Se non ci sono trasferte allora gli stadi vanno aperti”. Cosa risponde? “Noi blocchiamo le trasferte dei gruppi organizzati di cui spesso fanno parte i violenti. Non vogliamo e non possiamo impedire ai tifosi di seguire la loro squadra in trasferta. Quindi questa proposta è irricevibile. Poi bisogna ricordare che a Catania gli incidenti sono stati contro le forze dell’ordine, non contro la tifoseria avversaria”.
Nessuna deroga, dunque?
“La critica principale che abbiamo fatto al decreto Pisanu è proprio sull’indeterminatezza, sulla norma che prevede la possibilità di deroghe da parte dei Prefetti. Ora basta, noi fissiamo quattro paletti invalicabili: impianto di video sorveglianza, biglietto nominale, tornelli per l’entrata e zona di canalizzazione all’esterno dello stadio. Su questi punti non si discute: o ci sono o in questi stadi si gioca a porte chiuse”.
E se al Consiglio dei ministri qualche suo collega proponesse dì chiudere un occhio in nome del pallone?
“La scelta degli stadi a norma non verrà fatta da nessun ministro. Sarà una scelta esclusivamente tecnica ed obbiettiva fatta dall’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. Sarà questo organismo i cui componenti provengono da tutti i ministeri e da tutte le componenti sportive a fare l’elenco degli impianti a norma. Piccolo discorso a parte può esserci per uno stadio come quello di Genova dove per rispettare tutte le norme bisognerebbe buttare giù delle case. Ma sono casi isolati”.
Non ci sono solo i presidenti. Come resistere alle pressioni per ricominciare subito e a porte aperte?
“L’avevamo messo nel conto. L’Italia è un paese fin troppo emotivo, sull’onda del cordoglio e dell’indignazione abbiamo potuto assumere provvedimenti difficili e impensabili fino a qualche tempo fa. Le pressioni ci sono e ci saranno sempre più ci allontaneremo dall’emozione di quanto successo a Catania. Il governo ha fatto una scelta saggia e in totale discontinuità col passato e senza alcun intento punitivo verso nessuno”.
Quindi non ce l’avete con i tifosi veri come molti sostengono?
“Tutt’altro. Noi vogliamo che il tifo, quello delle buone pratiche, torni a riempire gli stadi che invece si stanno svuotando. Per questo ho incontrato i rappresentanti della Fare (Football against racism in Europe, Ndr), un’esperienza che in tutta Europa sta dando ottimi risultati. Per questo vogliamo anche che gli stadi siano luoghi completamente diversi da oggi”.
In questo senso preparerete un piano. Con quali tempi? “Annunceremo un piano che nel giro di qualche mese punterà a ridisegnare la gestione degli stadi in Italia. Un modello europeo che corresponsabilizzi le società nel mantenimento dell’ordine pubblico, ma le faccia entrare anche nell’assetto societario degli impianti. Metteremo attorno ad un tavolo gli enti locali, che oggi sono proprietari degli stadi, e le società. Analizzeremo le situazioni una per una e vedremo dove si possono rinnovare gli impianti e dove è necessario costruirne dei nuovi magari con agevolazioni fiscali”.
Quali altre iniziative avete allo studio?
“Abbiamo un pacchetto per creare una visione del calcio. Dall’Osservatorio sulla comunicazione sportiva per creare una carta di valori alle iniziative che venerdì presenteremo con il ministro Fioroni per favorire la presenza dei ragazzi negli stadi e fare in modo che le prossime generazioni di tifosi siano migliori”.
Massimo Franchi
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